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MACHINE GUM - Capitolo 1
Inviato il: 2014-08-08 alle: 17:00:00
PRIMO AMORE

Sto su una terrazza che affaccia su un immenso spazio verde e il mio sguardo è perso nel vuoto. Tra me e lo spazio verde qualche pino tenta di sbarrare il passaggio alla vista ma non ci riesce. La notte è scesa da un pezzo. Che ora sarà? Mezzanotte, l’una?

You were working as a waitress in a cocktail bar
When I met you

Sono assorto, non mi rendo conto di nulla. Rumori ovattati. Le macchine sfrecciano sui sampietrini e riesco a sentire solo un vago e lontano frastuono. Alle mie spalle note e parole di musica anni ottanta, da me accuratamente selezionata, tentano di sopraffare antiche pareti che resistono a colpi ben peggiori da più di cent' anni. Il Circo Massimo resta lì, fermo, immobile, come lo è sempre stato da due millenni a questa parte.

I took you out, I shook you up and turned you around
Turned you into someone new

Alle mie spalle c’è una vetrata. Dietro la vetrata ci sono delle persone. Sono gli invitati ad una festa. La mia festa. La festa della mia laurea. Loro credono che io stia lì con loro, ma io sto in tutt’altro posto, tutt’altro luogo. La festa va avanti da ore e io mi sono rotto il cazzo del casino. In realtà non c’è nemmeno tanto casino, è che mi sono rotto il cazzo di tutto. Mi sono rotto il cazzo di questa vita di merda che mi ha preso a calci in faccia per l’ennesima volta.

Now five years later on you've got the world at your feet
Success has been so easy for you

Alle mie spalle c’è una vetrata. Dietro la vetrata ci sono delle persone. Dietro le persone ci sono altre pareti. Dietro le altre pareti c’è la terra che costituisce parte del colle Palatino. Quanta gente è passata di qui da quando esiste l’umanità? Non lo so e non me ne frega una cazzo. Mi frega solo del fatto che sono stato con una donna per sei anni. Per sei fottutissimi anni ho spinto, faticato, sudato, sacrificato tutto per prendermi una laurea dimmerda e lei il giorno dopo, il giorno della festa, lei mi chiama da diecimila kilometri di distanza, dal buco del culo di un cazzo di paesello cinese di quattromila abitanti, mi guarda attraverso lo schermo pixelato di skype, e con molta tranquillità mi dice – ora che ti sei laureato posso anche dirtelo: ti lascio. Non ce la faccio più a stare con te. Il nostro amore si è esaurito già da un pezzo.

But don't forget it's me who put you where you are now
And I can put you back down too
Don't, don't you want me?

In realtà non ha detto proprio così, è stata più una cosa del tipo – ora… sei laur..to ..’nche dirt.. : ti lascio. Non … più con te… il nos… amore… esaurito già … pezzo! Ma io ho capito tutto lo stesso, anche se la connessione era dimmerda. Io sono rimasto lì, a fissare lo schermo pixelato di skype, a vedere lei che si muoveva a tratti, che piangeva (che cazzo piangi stronza!). Sono rimasto li come un coglione. Bocca semiaperta. Una lacrima, una sola, scivola sull’occhio destro e bagna un tasto della tastiera. Non sento più niente i rumori sono ovattati, lo stomaco è stretto mi risale su tutto fino in gola. Voglia di vomitare. Non ricordo più un cazzo. Stasera c’è la festa e io sono là, su una terrazza che affaccia sul Circo Massimo. Io sono là. Alle mie spalle c’è una vetrata. Dietro la vetrata ci sono delle persone. Queste persone parlano, ridono, ballano, si divertono, sono vive ma io sono morto, morto dentro.

You know I don't believe you when I hear that you won't see me
Don't, don't you want me?

Sai che non ci posso credere quando sento che non mi vuoi vedere. Non, non mi vuoi? Sai che non ci posso credere quando dici che non hai bisogno di me. E' troppo tardi per scoprire che pensi di aver cambiato idea? Faresti meglio a cambiarla di nuovo o dispiacerà ad entrambi.

You know I can't believe it when I hear that you don't need me
It's too late to find, you think you've changed your mind
You'd better change it back or we will both be sorry

Pensando a lei ripeto nella mia mente queste parole. In realtà non faccio altro che tradurre quel timido brusio che arriva al mio cervello.

Don't you want me baby
Don't you want me Oh

Alle mie spalle c’è una vetrata. Dietro la vetrata ci sono delle persone. Dietro le persone ci sono altre pareti. Su una di queste pareti c’è un calendario che segna la data di oggi: giovedì 5 aprile 2012. Dietro la pagina del calendario ci sono altre pagine. Dietro le altre pagine c’è la parete su cui il calendario è poggiato. Dentro la parete c’è l’intonaco, la calce i mattoni, qualche chiodo, un po’ di cemento, fassa, qualche pezzo di pietra, un sesterzio caduto ad un operaio che lo aveva trovato qualche giorno prima dell’inizio della costruzione, per caso, mentre scavava sul colle Palatino. Dentro la parete c’è questo e tanta altra roba. Dentro di me invece non c’è niente. Più niente.

Don't you want me baby
Don't you want me Oh

La gente alle mie spalle e alle spalle della vetrata, mi ha portato un sacco di regali. Parenti tante buste con un bel po’ di grano. Bene così. Amici, pensieri. Pensieri che mi fanno piacere. Piacere di solito. Ma non oggi. Oggi non sento niente. Oggi sento solo la morte dentro. Tanti amici mancano perché ho dimenticato di invitarli. Perché la festa non l’avevo nemmeno organizzata. Perché stavo una merda. Perché la festa l’ha organizzata mia madre ma si è dimenticata qualche nome importante. 'Sticazzi della festa. Gli altri amici attori, esimi colleghi, resto della troupe, manca perché in giro a lavorare. Ah si dimenticavo di dirlo. Per dovere di cronaca mi sono laureato in Cinema con votazione centocinque su centodieci. Qualche lavoretto già l’ho fatto. Corti, documentari, festival, qualche premio, selezione al David di Donatello. Belle cosette insomma, danno la felicità. Avevo tutto fino a qualche giorno prima. Ora sento di aver perso tutto.

We're talking away
I don't know what
I'm to say I'll say it anyway

Qualcuno non si è fatto i cazzi suoi e ha cambiato canzone scorrendo la playlist che avevo preparato. Guarda caso questo è il primo video musicale che ricordo di aver visto in vita mia. C'è una tizia che legge un fumetto e ci sta un tizio nel fumetto che va sulla moto. Ad un certo punto il tizio del fumetto tira fuori una mano e porta la tizia all'interno del fumetto. Una volta dentro il fumetto, i tizi cercano di fuggire da altri due tizi loschi che li rincorrono con una grossa chiave inglese e vogliono fargli la pelle. Alla fine del video mentre lui sta morendo sotto i colpi dei due tizi loschi, la tizia buona riesce ad uscire dal fumetto e a tornare alla realtà. E poi anche lui torna perché in realtà non è morto e vissero tutti felici e contenti. Bella storia. Piace alla gente. Ma se non c'era lei nel fumetto, o lui che portava lei nel fumetto, lui non tornava alla realtà e sarebbe morto. Perché è così che finisce sempre. In tutte le storie anche le più belle. Alla fine lui muore.

Today's another day to find you
Shying away
I'll be coming for your love, OK?

Io sto qui su una terrazza che affaccia sul Circo Massimo e alle mie spalle c'è una festa. Dentro di me però non c'è nessuna festa, dentro di me sono già morto. Sono già morto quando mi aggiro tra i tavoli dei parenti e qualcuno mi sussurra all'orecchio «plastica, il futuro è nella plastica». Sono già morto quando una mia amica rompicazzo rompe il cazzo per sapere che corso faccio ora o che laurea specialistica mi prendo, senza sapere che me ne sbatto altamente di un'altra laurea o di un altro fottutissimo corso. Sono già morto quando i miei futuri suoceri, ormai ex-futuri-suoceri, mi danno una bustina con quattrocento euro dentro e dicono «che ne sai, magari ti fai un bel viaggio, magari in Cina». Come se con un bel viaggio vado, la riconquisto e torno. Sono già morto quando tutti mi danno i regali. Bustine col grano da parte di parenti di prima. Ok l'ho già detto. Occhiali da sole Carrera come quelli che mi hanno rubato al DAMS un mese prima. Belli proprio 'sti cazzo di occhiali stanno bene sul vestito che ho oggi. Vestito grigio scuro Doppelganger, sopra camicia rigata blu Bellini, sopra scarpe nere Cesare Paciotti sopra intimo D&G con spruzzata di profumo Hypnose, sopra barba incolta e capelli acconciati dal miglior Hair Stylist di Roma tale Luca P. Sono right right? O sono solo già morto? Sono già morto quando apro maglietta polo Fred Perry regalata da vicini di casa molto cari. Li ricorderò sempre loro per un fatto tragico. Ricordo bene una notte di undici anni fa. Era sempre aprile, il mese più crudele. Il mese in cui s'è spento un amico, Sten, loro primogenito dopo lunga lotta contro leucemia. Ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo quella notte. Non sono neanche stato avvertito. Ho sentito urla dal primo piano del palazzo del fratello minore rientrante in casa. Ho pianto fino al giorno dopo, ho pianto in chiesa, ho pianto al cimitero, ho pianto quando hanno tirato su il muro. Ho pianto quando sono tornato a casa. Ho pianto quando ho pensato che lui aveva ventuno anni e io quattordici, che giocavo con lui al Sega Master System, al Nintendo, a pallone da quando io ne avevo cinque. Giocavo con lui e con Bob. Bob ora è ingegnere ed anche lui è alla festa. Non ne abbiamo mai più parlato di Sten. Però quel pomeriggio dopo che ho pianto un po' dappertutto sono tornato a casa e, sdraiato sul letto, ho detto che non avrei più pianto perché ormai avevo finito le lacrime. E quando ho compiuto ventuno anni ho pensato a lui e ho pensato ora sono più vecchio di lui e mi sono sentito una merda. E poi mi sono sentito ancora una merda quando invece lei mi ha fatto piangere di nuovo. Sono già morto quando penso che sono già morto il 10 settembre 2011.

Take on me, take me on
I'll be gone
In a day or two

Sono già morto quando penso che sono già morto il 10 settembre 2011, data in cui lei in realtà mi ha lasciato la prima volta da uno schermo pixelato di skype con la voce rotta per i problemi di connessione, salvo poi ripensarci esattamente un mese dopo ed esattamente il 17 ottobre 2011 giorno del mio venticinquesimo compleanno. Sempre belle date sceglie, perché l'addio definitivo me l'ha dato il 4 aprile 2012 giorno della mia laurea, perché il primo addio me l'aveva dato il 10 settembre 2011 giorno in cui festeggiavamo il nostro sesto anniversario di fidanzamento e io non sapevo che lei era già partita da tredici giorni e già da una settimana si faceva sbattere da un brutto bastardo bulgaro di nome Sirkakov o Zirkov o Kerzakov o qualcosa del genere. Quando era tornata a febbraio mi aveva promesso che saremmo stati insieme tutta la vita, che si era sbagliata, che mi amava immensamente, che mi voleva sposare e che voleva avere dei figli con me. Cazzate. Quante cazzate che aveva detto. E a Roma c'era la neve. La neve che a Roma non c'era dal millenovecentottantacinque (da quando gli Ah-ah stavano scrivendo “Take on me”, la canzone che si sente adesso nella sala alle mie spalle). C'era la neve e noi andavamo a giocare sulla neve ed eravamo felici. E quel febbraio eravamo stati bene. Ma poi forse ve ne riparlo un'altra volta di quel febbraio perché l'importante è sapere che in quel febbraio c'era sempre onnipresente asfissiante la sua amica Sandra che non ci lasciava un attimo soli. Ed eravamo felici insieme. Eravamo felici finché un giorno la sua amica Sandra viene a casa mia con lei e tira fuori uno strano discorso su di lei che aveva scoperto che il suo fidanzato la tradiva tramite i messaggi di Facebook. Che gli era entrata con la sua password e che aveva letto che si fotteva beatamente la fidanzata del suo migliore amico. E' così che l'ha scoperto. E lui nonostante tutto ha negato fino alla morte, poi lei lo ha lasciato e lui si è messo con la fidanzata, ormai ex, del suo migliore amico. Io quella notte di fine febbraio (sono le due), dopo che ho terminato un nuovo capitolo della mia tesi su Luis Bunuel, non ho altro di meglio da fare che aprire facebook e trovare l'account della mia ragazza, (quella con cui sono tornato insieme, quella che è tornata per me dalla Cina, per un mese, per ricucire il rapporto e per sposarsi quando potrà ritornare a Roma definitivamente) salvato sulla pagina iniziale di Facebook. Che faccio apro? Apro! Leggo le conversazioni? Leggo! Ho le cuffiette alle orecchie e sto ascoltando una canzone mentre scrivo la tesi, mentre mio fratello dorme nel letto accanto al mio, mentre leggo le conversazioni tra la mia ragazza, V., e la sua amica, Sandra. La canzone che sto ascoltando è “Bad Day” di Daniel Powter. Non riuscirò mai più ad ascoltarla perché dopo quello che leggo la assocerò per sempre a quello che ho letto e la odierò per tutta la vita. Ormai ogni volta che la risentirò mi verrà voglia di spaccare tutto quanto. Ma ora non ci penso e leggo. E quello che leggo è questo.

V.:
Ciao Sandra, devo dirti una cosa. Posso?

Sandra:
Certo, tanto dopo cancelliamo la conversazione.

V.:
Come si fa?

Sandra:
Click sul pulsante in alto a destra. Vai su “Impostazioni” poi “Elimina conversazione”. Ti richiede la conferma. Tu confermi!

V.:
Perfetto! (Non ti sei ricordata di cancellarlo eh... NdA)

Sandra:
E' andata avanti con A.... (“A” è lui, il bulgaro, l'ha conosciuto nel dormitorio dell'università in quel paesino dimmerda cinese. Il nome non lo ricordo il cognome ve l'ho già detto prima è qualcosa come Sirkakov o Smirnoff)

V.:
Si è andata avanti… avanti alla grande, ma mi sento una stronza nei confronti di Dan…(cioè io)!

La vista mi si appanna mi sento male non ce la faccio ad andare oltre. Scorro il mouse leggo qualche conversazione non cancellata con “A”.

A:
Do you want to sleep in my bed?

V.:
No, Come here! My bed is not so bad…

Rumore di cuore spaccato a metà. Non ci vedo più dalla rabbia. Chiamo a casa, sveglio il padre farfuglio qualche cosa. Mi precipito sotto casa sua. La madre è lì nella stanza ha paura che le uccida la figlia. Ha ragione. Resto con lei solo a parlare mi giura e spergiura che non è successo nulla. Erano solo amici. Lui si innamora di lei ma lei non gli da retta, si sente solo lusingata. Sono solo buoni amici. Faccio finta di credergli. Le dico che va bene ora partirà e poi ritornerà e staremo insieme per sempre, ma non sarà così perché il 4 aprile 2012 lei mi lascerà da uno schermo pixelato di skype per la seconda volta e quella sarà la fine. Ho sentito qualcosa che si rompeva dentro al cervello. Quello che si è rotto è un bel po' di roba, come una vecchia scheda madre che incomincia a dare errori su errori finché non devi cambiare la RAM. E poi non è più neanche la RAM è la scheda video, è la scheda audio, è la fiducia nelle persone, è il masterizzatore, è l'amore verso qualcun altro, è la CPU, è il condividere un progetto di vita, è di nuovo la scheda madre, è il crollo di ogni certezza, è la centralina, è la vita che ti tira un calcio in piena faccia e ti fa sanguinare le gengive, è tutto il cazzo del vecchio PC che è andato in malora e che ormai non resta altro da fare che buttarlo, che terminarlo, che ucciderlo. Ma ora sto lì con lei e non ci penso, la tengo abbracciata, gli accarezzo i suoi capelli neri nerissimi, la stringo forte e non posso immaginare cosa capiterà dopo. Facciamo l'amore quella notte. Lei piange, io piango. Perdonami Sten ho infranto la promessa, non le avevo finite, le lacrime intendo.

So needless to say
I'm odds and ends
But that's me stumbling away
Slowly learning that life is OK.

Sono già morto quando scarto un regalo e vedo che è un braccialetto molto fico regalatomi da Bob l'ingegnere. Sono già morto quando apro un regalo ed è un biliardo in miniatura, regalato dagli amici del DAMS e che si unisce agli occhiali Carrera e ad altri due gadget: una carta igienica in un tocco da laureato con su scritto “ e adesso col pezzo di carta ti ci pulisci il culo” e infine una fascia con su scritto laureato DOC. La indosso subito e faccio finta di saperla portare. Gli occhiali, indossati anche quelli, mascherano il mio sguardo spento. Spero nessuno si accorga che sono già morto dentro. Sono già morto dentro quando apro tutti gli altri regali, per lo più libri e altro grano. Libri sul cinema e grano con cui prima volevo iniziare a comprare piccoli e ottimi mezzi per girare qualcosa. Prima però, prima quando ancora non ero morto dentro.

Say after me
It's no better to be safe than sorry

Ora sto lì, su quella terrazza, alle mie spalle c'è una vetrata, alle spalle della vetrata c'è tanta gente che si diverte mangia e beve e balla a quella che dovrebbe essere la mia festa. Ma non è la mia festa è la festa della mia fine. Voglio cambiare nome. Il mio mi fa schifo. Mi da vergogna. Voglio un nome diverso, stessa iniziale “Dan” ma diverso. Penso ad un nomignolo con cui mi chiamava mio padre da bambino “Danko”. Prendo quello grazie (c'è anche un settanta grammi di prosciutto in più che faccio lascio? Lasci, lasci). Il cognome ora. Voglio qualcosa di forte (Un whiskey/bourbon invecchiato trentanni? Non così forte, grazie). Penso a qualcosa che non venga distrutto né penetrato, più duro della pietra. Qualcosa che mi protegga tipo un giubbotto antiproiettile. Un giubbotto antiproiettile è fatto di una lana particolare, il Kevlar, se una pallottola ti colpisce, ti stende, forse ti spezza qualche costola, ma difficilmente lo buca e difficilmente ti uccide. “Kevlar”. Danko Kevlar. Penso vada più che bene.

Take on me, take me on
I'll be gone
In a day or two

Sono sulla terrazza di fronte al Circo Massimo guardo di sotto e penso che se mi butto da qui forse non muoio ma resto paralizzato, allora è meglio di no, non voglio finire paralitico a vita e a pensare, sotto psicofarmaci, a quanto sono stato fortunato a non morire quel giorno. Se muoio, voglio morire per bene con un bel botto. I pini cercano di sbarrare il mio sguardo, ma io vado oltre. Oltre i sampietrini spazzolati dalle auto in corsa, oltre i pini che mi sbarrano la vista, oltre la distesa verde del Circo Massimo, oltre la strada al di la del Circo Massimo. Oltre tutto questo è tutto buio e io non so cosa mi riservi il futuro.