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MACHINE GUM - Capitolo 2
Inviato il: 2014-08-07 alle: 17:00:00
UN 10 SETTEMBRE DI 10 ANNI DOPO

L’uomo seduto sulla panchina nel parco avrà all’incirca trent’anni, forse qualcosa di più. Probabilmente anche trentasei, e proprio per questo non si può dire che se li porti male. Legge un quotidiano, palesemente di sinistra, su di un vecchio tablet modello Mac di qualche anno fa. E’ distratto dal rumore ritmato dei colpi dati ad un pallone di cuoio da un bambino di nove anni. Distoglie lo sguardo dallo schermo poggiato sulle sue ginocchia, guarda il bambino, sbuffa, torna a leggere il giornale online. Da uno sguardo all’orologio: sono le sedici, quarantaquattro minuti e ventitré secondi del dieci settembre duemilaventuno.

Ventiquattro secondi. Venticinque. Ventisei. Volta pagina. Il nuovo film di Paul Thomas Anderson candidato a sette premi Oscar. Ventinove. Pensa che “Il petroliere” sia un capolavoro, ma un affetto ancora maggiore lo lega a “Magnolia” forse il suo primo grande successo. Trentuno. Trentadue. Una pallonata colpisce la mano dell’uomo facendogli cadere a terra il tablet. Trentatre. Rumore di plastica spaccata a metà.

Raccoglie il tablet irrimediabilmente danneggiato. Guarda che cazzo hai fatto. Il ragazzo resta pietrificato davanti a lui, guardando fisso a terra. Ti sembra il modo di giocare.
Glielo faccio ripagare da mio padre.
Me ne sbatto il cazzo dei soldi di quello zingaro bulgaro di merda di tuo padre. Era il regalo di un’amica. Si è ormai alzato dalla panchina e si avvicina al ragazzino. Il giovane rimane con la testa bassa. Vai a giocare più in là.
Ma quella è la porta. Indicando i due tronchi accanto all’uomo come se gli fosse tornata improvvisamente la voce.
Lo so che quella è la porta. È dal millenovecentonovantasette, quando quel coglione di Rutelli è venuto a inaugurare il parco, che quella è la porta. E io giocavo proprio li dove stavi giocando te pochi secondi fa. E quella era la porta. Ma non tiravo addosso alla gente. Ed ero molto più forte di te, giovane Sirkakov.
Il ragazzo resta colpito dal fatto che l’uomo conosca il suo cognome. Alza la testa e lo guarda stupito.
Non sarai popolare quanto me, ma conosco anche io la tua famiglia.
Mia madre deve guardare i suoi film di nascosto, altrimenti litiga con mio padre. E comunque litigano sempre quando si parla di lei.
L’ombra di un sorriso si crea sul volto dell’uomo andando a rivelare due fossette ai lati delle guance. Si volta di spalle per non farsi notare dal bambino. Il pallone di cuoio è sempre lì, vicino alla panchina. L’uomo lo vede per caso. Lo riconosce. E’ un pallone di cuoio, prevalentemente bianco. Con qualche tinta giallorossa, lì dove si possono notare i simboli dell’A.S. Roma. Le altre parti sono occupate da nomi di giocatori con sotto le proprie firme. I calci hanno rovinato parte della tinta, cosicché il numero “8 Nakata” si legge appena.
Prendi a calci un pallone del genere? L’uomo si rivolge al bambino visibilmente alterato.
Ma lo sai almeno che cazzo stavi facendo! Il ragazzo non risponde.
Quello è un pallone del 2001. L’anno della vittoria del terzo scudetto! Quel pallone è sacro non se ne trovano più oramai.
Papà mi ha detto che potevo prenderlo. Che era un peccato tenerlo ad impolverare su un mobile.
Perché tuo padre è un tirchio dimmerda e fa schifo. Perché non è qui a giocare con te?
Il ragazzo non risponde.
Te lo dico io perché… perché è un padre dimmerda!
Non è vero, mio padre è buono, però a lui non piace il calcio.
L’uomo, guarda il ragazzo fisso negli occhi. Gli occhi dei due sono entrambi verdi, coronati intorno alla pupilla da un cerchio giallo-marrone. E’ un bell’uomo. Pur arrivando ad un’altezza modesta di un metro e settantaquattro, resta comunque un bell’uomo. Il fisico molto curato si può notare da una polo Armani che porta con i due bottoncini lasciati aperti. La maglia resta attillata sotto i due grossi pettorali. E dalle maniche corte esce una coppia di bicipiti e tricipiti decisamente ben allenati. La pancia è piatta, nonostante si conceda ogni sera una birra con gli amici di sempre. Al bambino, già di piccola statura per la sua età, appare come una montagna. L’uomo ha un corpo ben più grosso del fisico magro e smunto di suo padre, che nonostante tutto, è alto più o meno come lui. Anche il bambino è molto bello. Occhi verdi, labbra carnose, viso magro. I capelli sono castani, molto scuri, quasi neri. Li porta un po’ lunghi sulla fronte. Ha un naso regolare e piccolo. L’uomo invece ha un naso piuttosto grosso anche se non stona col resto del viso. Porta i capelli corti sui lati, e più lunghi sopra, di modo da tenerli accuratamente spettinati con l’ausilio di un gel. La barba è incolta. I denti, perfettamente allineati, sono bianchi e ben curati, chiaro segno che ha portato un apparecchio odontoiatrico da giovane. L’uomo tira fuori dalla tasca la chiave dell’auto. La apre da lontano.
Vai, apri lo sportello di dietro e prendi il pallone che trovi. Dice al ragazzo facendogli un cenno col capo.
Il ragazzo ubbidisce e torna ventitré secondi dopo con un pallone giallo e verde della Nike, in una lega di spuma del tutto all’avanguardia. Lui lo riconosce, è il pallone degli Europei dello scorso anno. Bravo, proprio quello! Te lo regalo.
Grazie. Il ragazzino sorride.
Aspetta! Ci sono delle condizioni.
Il ragazzo resta in attesa.
Non dirò nulla ai tuoi del tablet, ma voglio quel pallone, quello della Roma. Anni fa ne avevo anche io uno così. Poi lo regalai.
Va bene! Il bambino fa per andarsene.
Non così in fretta. La seconda cosa, voglio fare una partita con te, uno contro uno a porte piccole.
Le preparo subito.
Prima però prendi il pallone della Roma e mettilo nella macchina.
Il ragazzo esegue gli ordini senza proferire parola.

L’uomo guarda l’orologio, sono le sedici, cinquantacinque minuti e sei secondi. L’uomo tocca il pallone gialloverde per primo. Accarezza la palla con la suola della scarpa destra, supera facilmente il bambino e segna un facile gol. Undici secondi. Il bambino ha lo sguardo corrucciato.
Non vale!
Cosa non vale?
Lei è più grande e forte di me!
Gioca e zitto. Da me puoi solo imparare.
Venti secondi. Il ragazzino va a raccogliere la palla. La porta al centro del piccolo campetto improvvisato e la tocca con il piede come per battere un calcio d’inizio. Prova a saltare l’avversario. Si muove bene toccando la palla con l’esterno del sinistro. Si sposta col corpo sulla destra poi sterza a sinistra superandolo. L’uomo gli da un calcio sullo stinco mettendoci una forza eccessiva per fermare un bambino di sette anni.
Ah!
Una lacrima sgorga involontariamente dall’occhio destro del ragazzino.
Che c’è?
Perché l’ha fatto?
Perché mi avevi superato non puoi permettere ad un avversario di segnarti se ti supera lo butti giù.
Ma è fallo!
Certo che è fallo quando accumuli tre falli o tre corner batti il rigore.
Lo so come si gioca.
Bene, allora gioca.
Il bambino si asciuga le lacrime di nascosto, con la manica destra della maglietta. Non vuole farsi vedere piangere.
Prende la palla e la tocca di nuovo, ripete la stessa finta, stavolta però non supera l’uomo e lascia partire un destro che prende alla sprovvista l’avversario. La palla tocca una zolla di terra, che forse devia un po’ il pallone. La sfera rallenta la sua corsa, colpisce il palo, l’uomo la rincorre ma non fa in tempo a fermare la palla che inevitabilmente varca l’immaginaria linea della porta sottesa tra i due pali.
Sì! Grida con gioia il ragazzo, accompagnando l’esclamazione con un saltello e tenendo il pugno chiuso e teso verso l’alto.
Tutta fortuna. Esclama l’uomo mentre raccoglie il pallone.
1-1
L’uomo sistema il pallone al centro del campo, poi guarda l’orologio: sono le sedici cinquantotto minuti e trentanove secondi.
L’uomo tocca il pallone. Il bambino sente l’adrenalina sconvolgergli lo stomaco. Corre verso di lui, scivola e porta via il pallone all’avversario. Per pochi secondi la palla è sua ma non fa in tempo a rialzarsi che l’uomo gli ha ripreso il pallone gialloverde e se ne va verso la porta. Il ragazzino piange, poiché l’uomo rubandogli il pallone gli ha schiacciato l’alluce del piede destro, quello con cui aveva messo a segno il tackle vincente. Il ragazzo si contorce a terra.
Alzati! Ti sporcherai tutto se fai così.
Era fallo non vale.
Mi sei venuto sotto, hai messo tu stesso il tuo piede sotto il mio.
Era fallo, il gol dovrebbe essere annullato.
L’uomo guarda il ragazzino, gli porge la mano.
Avanti alzati. Il ragazzo si alza e si da una spolverata con le mani.
Allora è annullato?
Va bene ma la palla resta a me. Nel dire quest’ultima frase, l’uomo nota la punta della scarpa da tennis bianca del ragazzo diventata rossa. Con molta fortuna gli è solo saltata l’unghia.
La palla è tua allora!
Al prossimo è rigore? Al prossimo è rigore. Conferma l’uomo.

Sedici cinquantanove minuti e quarantasette secondi. Il piccolo Sirkakov porta avanti il pallone. L’uomo arretra, il bambino gli si fa sotto. Sedici cinquantanove minuti e cinquantuno secondi. L’uomo toglie la palla al bambino in maniera pulita. Cinquantatré secondi, è sulla immaginaria linea laterale, si gira di spalle e protegge il pallone. Il ragazzino gli gira attorno, riuscendo a malapena a colpire il pallone. Cinquantasei secondi. Invece di colpire il pallone il ragazzo prende in pieno il polpaccio dell’uomo, ma lui non dice niente. Il ragazzo ripete il colpo. L’uomo continua a coprire la sfera. Cinquasette secondi. Altro calcio al polpaccio. Cinquantotto secondi. Manata dell’uomo che colpisce il ragazzino al volto, sotto lo zigomo. Lui accusa il colpo ma non demorde. L’indomani gli verrà un livido grosso come una noce. L’uomo si è ormai inevitabilmente distratto. Cinquantanove secondi. Il bambino fa passare il suo piccolo piede tra le gambe dell’uomo e gli porta via il pallone. Il movimento è repentino, e fa per andarsene verso la porta. Ore diciassette zero minuti zero secondi. L’uomo sferra un calcione al polpaccio del ragazzino facendogli perdere l’equilibrio e sbattendolo a terra. Il giovane, cadendo sul terreno secco e arido, sbatte la testa e si procura un taglio sulla fronte, proprio sopra l’occhio destro. Il ragazzo si alza e guarda l’uomo. Lo guarda fisso negli occhi. In quegli occhi verdi con pupilla bordata di una corona giallo-marrone molto simili ai suoi. Non c’è ombra alcuna di lacrime stavolta. Lo guarda intensamente ed esclama.
Perché fa così signor Danko?
Lo sai che non mi chiamo così.
Da quando sono nato ho sentito parlare di lei con questo nome. Non conosco il suo nome vero né mi interessa. Voglio solo saperlo. Perché fa così signor Danko Kevlar?
Perché è il calcio. O gambe o pallone.
E’ rigore allora.
Lo so.

Sono le diciassette un minuto e due secondi, il bambino centra il pallone su un immaginario dischetto. Si posiziona di spalle alla porta. Prende la mira e calcia un rigore di tacco. Non c’è alcun portiere in porta, si tratta solo di tirare alla cieca. Un mix di precisione e fortuna tipico di questo sport. Il pallone rotola lentissimamente finché non attraversa i pali della porta ridotta. 2-1 per il ragazzo. Stavolta il piccolo non esulta, raccoglie il pallone e lo prepara per la battuta.

Il sig. Kevlar non fa una piega. Si prepara a battere. Tocca il pallone e poi sferra un tiro potentissimo che colpisce il ragazzo in pieno volto. Il giovane Sirkakov è frastornato. Sente un fluido caldo percorrergli la cavità interna del naso. Qualche decimo di secondo dopo, il liquido denso gli bagna le labbra lasciandogli avvertire un forte sapore di ferro. Mentre corre si pulisce il naso con il polso, lasciando una scia di sangue sulla pelle candida. Nel frattempo l’uomo percorre tutto il campo e varca la soglia della porta. Pareggio. Raccoglie il pallone e lo rimette al centro. Batti tu adesso. Diciassette un minuto e trenta secondi, il ragazzo sente la gola stretta dalla morsa del pianto. Vorrebbe sfogarsi facendo fuoriuscire ettolitri di lacrime, ma non vuole dare questa soddisfazione al signor Danko.
Lei vincerà signor Danko ma io mi batterò fino all’ultimo. Anche se non capisco perché un uomo adulto si comporta così. Perché lo fa signor Danko?
Perché non giochi con tuo padre giovane Sirkakov?
Lui non gioca mai con me.
E tua madre?
Lei lavora sempre. Ma non ha ancora risposto alla mia domanda.
Io ti insegno a vivere giovane Sirkakov. Ti insegno ciò che dovrebbe fare tuo padre.

Diciassette e tre minuti.
Il bambino posiziona la palla e batte. Punta l’uomo il quale arretra. Tre minuti e dieci secondi. Il ragazzo prova a scartare l’avversario. Undici secondi. Non ci riesce. Dodici secondi. Kevlar prende il pallone e si avvia verso la porta. Sente una fitta nella parte bassa della schiena, non la sentiva da tanto tempo. E’ una vecchia ernia che ogni tanto torna a far male. Non ci pensa e continua a correre. Non è mai stato il dolore fisico a fermarlo. Il bambino ha uno scatto migliore del suo. L’uomo se lo trova davanti. Quindici secondi. Il signor Danko porta il sinistro accanto alla sfera. Scava, appena un po’ con il piede destro, la terra sotto il pallone. Il tiro è una palombella che supera il ragazzino sopra la testa. Il giovane non può far altro che apprezzarne la traiettoria che va a terminare la sua corsa all’interno della piccola porta. 3-2 per il signor Danko. Il bambino cammina verso la palla. Le sferra un calcio e la manda a sbattere contro la rete che circonda e delimita il parco. Il gesto di stizza provoca l’ilarità dell’uomo.
Accetta la sconfitta giovane Sirkakov nessuno ha mai vinto contro di me neanche tuo padre. Il piccolo prende il pallone e si avvicina al signor Kevlar con uno sguardo carico d’odio. L’uomo gli porge la mano.
Alla prossima. Esclama.
Il ragazzo non la stringe, si volta e se ne va.
Dove vai. Chi ti ha insegnato l’educazione!
Lo prende per una spalla e lo gira. Il bambino si scansa e fa per andarsene. L’uomo gli sferra un schiaffo in pieno volto, facendogli diventare una guancia rossa. Il ragazzino scoppia in lacrime, si lancia contro l’uomo e inizia a colpirgli lo stomaco con i suoi innocui pugnetti.
Perché fa così signor Danko? Perché?
Il signor Danko Kevlar abbraccia il bambino e lo tiene stretto al suo ventre finché il ragazzo non si calma. Singhiozza ancora con il volto affossato nella pancia dell’uomo. Poi ricambia il suo abbraccio. Ora la polo Armani del signor Kevlar è completamente bagnata di liquidi diversi, sangue, sudore e lacrime. Soprattutto lacrime. Su quella maglia che copre una tartaruga di addominali scolpiti c’è la sagoma della testolina del giovane Sirkakov che piange mentre abbraccia l’uomo che gli ha fatto tanto male e tanto bene allo stesso tempo. Gliene sarà grato per questo.

Sono le diciassette sei minuti e trentatré secondi. Il ragazzo si stacca dall’uomo, si asciuga le lacrime, raccoglie il pallone e se ne va. Trentasei secondi. L’uomo lo guarda attraversare il parco, superare l’entrata, uscire sulla strada, percorrerla e arrivare al cancello del suo condominio. Quarantanove secondi. Citofona. Cinquantadue. Il portone gli viene aperto. Cinquantatré. Spinge il portone, si volta verso l’uomo e lo guarda. Alza la mano sopra la testa e la agita. Il signor Danko ricambia il saluto e gli sorride facendo apparire sulle guance le due fossette che da sempre lo contraddistinguono. Un raggio di luce illumina gli occhi del ragazzo e fa risplendere il verde dell’iride e il giallo-marrone che caratterizza la corona circolare intorno alla pupilla. I suoi occhi sono ora più che mai simili a quelli del signor Danko il quale continua a sorridere. Cinquantacinque secondi. Il ragazzo guardando l’uomo da lontano intuisce qualcosa, ma non riesce a capire di cosa si tratti. Arresta il movimento della sua mano, la lascia cadere morbida lungo il corpo. Continua a guardarlo con aria pensierosa. Poi d’improvviso sorride. Il primo vero sorriso della giornata, della sua vita forse. Quel sorriso rivela sulle sue guance due fossette, proprio lì accanto alle labbra. Quelle fossette che la madre baciava sempre quando lui era piccolo e che in famiglia non ha nessuno oltre a lui. E’ un particolare che lo caratterizza. E i due, il bambino e il signor Kevlar, stanno lì, sotto la luce dell’ultimo sole caldo dell’estate, e sembrano molto più simili ora.